La cascata
 

 

 

 
   
     
 

Difficoltà: T (facile)

 
 

Durata complessiva: libera!

 
 

Dislivello: ...

 
 

Sviluppo totale: ...       

 
 
 
 
http://www.soccorsoalpinolazio.it/img/logo_cnsas_small.gif

Per tutte le emergenze in zone montane, impervie o in grotta chiama il 112-118 oppure il 3486131300

 
 
 
 
   
     
 

Riportiamo dal libro Usi e costumi della vecchia Sgurgola di Menotti Morgia, il capitolo che riguarda il fiume Sacco, la cascata e la "pesca" particolare che vi si effettuava dal titolo "Se spila la pesca":

   • "Un estraneo al nostro ambiente potrebbe prendere questa intestazione, così come giace, per uno sciocco, anzi un assurdo controsenso, ma presso la popolazione della vecchia Sgurgola questa ardita metonìmia, un tempo assai comune, indicava uno dei tanti svaghi caratteristici in uso nel paese, nel cui ciclo annuale si aprivano frequenti e festose parentesi che allietavano la vita del piccolo centro, contrariamente alla comune opinione, secondo la quale la vita dei piccoli centri, di solito, è monotona e uggiosa.

Il titolo del capitolo merita una dilucidazione.

La breve diga leggermente arcuata, tra naturale e artefatta, costruita a sbarramento del fiume Sacco (l'antico Trero), nei pressi del paese, costringe quasi le due sponde a dilatarsi per un bel tratto, formando uno specchio d’acqua, quasi un laghetto rettangolare, chiamato nel nostro gergo - non si sa poi perchè - « Arcatura », un tempo delizia estiva dei nostri giovani e ragazzi che vi si andavano a bagnare.

Il largo bacino sottostante alla cascata era luogo di incontro di armenti e di greggi per l’abbeverata e loro piacevole sosta estiva nelle ore canicolari. Da quel laghetto partiva un canale, tuttora visibile, destinato, un tempo, a condurre l’acqua del fiume nel vicino molino, divenuto poi, per iniziativa della ditta Pacifici già ricordata, una modesta centrale di energia elettrica, per l’illuminazione di Sgurgola, Morolo e Supino. Sono ancora ben note a tutti le vicende di quella ditta.

La diga in parola aveva, ed ha tuttora, una paratìa di legno come valvola di sicurezza nelle eventuali alluvioni invernali. Dalla diga l’acqua del fiume trabocca rumorosa e spumeggiante lungo l’ampia scalinata, formando la bella cascata che aggiunge altra nota movimentata di bellezza al paesaggio locale già molto pittoresco per se stesso: cascata continua e totale, perchè nè il molino, nè la centrale di energia elettrica funzionano più.

Solo in periodo estivo il volume dell’acqua del fiume si riduce parzialmente, come si verifica dovunque, e allora anche la cascata perde in parte il suo fascino. Nell’antivigilia dell’Assunta - siamo, dunque, in piena estate - il Comune metteva all’asta la raccolta del pesce che viveva nel fiume, dall’Arcatura in su, per un buon tratto. L’appalto restava naturalmente alla migliore licitazione. Espletate tutte le formalità del caso, nell’immediato pomeriggio di quel giorno - 13 agosto - una folla di uomini, giovani e ragazzi si riversava giù, sulla riva destra del fiume, per assistere alla cerimonia singolare, che si ripeteva puntualmente ogni anno, apprestando alla popolazione un così lieto e utile divario.

A un dato ordine, veniva tagliata a colpi di accetta, la serranda della diga e allora l’acqua dell’Arcatura irrompeva scrosciando fragorosamente lungo la scalinata, rompendosi in voluminose ondate spumeggianti, raccogliendosi, poi, a laghetto assai mosso nel largo sottostante, prima di riprendere il suo corso normale, tra le colonne del ponte. Di lì a qualche ora, tutta l’acqua dell’Arcatura si riduceva quasi al semplice corso, non certo voluminoso, del fiume che scorreva raccolto nel centro del suo alveo, lasciando scoperte, per lungo tratto, le rive limacciose seminate di pesci di ogni dimensione, sussultanti e boccheggianti, per la mancanza del loro elemento.

Era il momento, in cui gl’incaricati dell’appaltatore, in sole mutandine, balzavano nell’interno del letto fluviale e cominciavano a raccogliere a piene mani, i pesci ancora frementi tra le mani, i quali andavano a riempire le varie ceste preparate sulla sponda, per essere poi, venduti, il giorno seguente, alla popolazione. Ma tra i raccoglitori diciamo d’ufficio, si intrufolavano, di straforo, anche non pochi ragazzi, in veste adamitica, i quali, sotto lo sguardo tollerante e quasi compiaciuto degli interessati, s’arrabbattavano a far bottino per proprio conto.

Bottino scarso, se si vuole, perchè spesso non riuscivano a tener ben fermi tra le mani i pesci più grossi, i quali, a forza di strattoni e di contorcimenti, riuscivano a scivolar di tra le dita e a balzar di nuovo in acqua, filandosela a più non  posso. Ed era quella una nota di schietta ilarità per gi astanti. Tra la rottura della paratìa e lo svuotamento dell’Arcatura, si poteva osservare l’irrequieto e festoso andirivieni delle molte persone scese dal paese, venute anche dai Comuni limitrofi, che si aggiravano lungo la sponda destra, per veder meglio, o si disponevano sul ponte, appoggiate sul parapetto, per assistere a tutte le fasi dello spettacolo che si veniva svolgendo.

La nota più allegra e pittoresca erano sempre i ragazzi a darla. Numerosissimi, vestiti d’aria, correvano a frotte a tuffarsi nell’acqua dell’Arcatura, prima che si vuotasse e vi sguazzavano dentro, come pesciolini; ne uscivano grondanti e tornavano a tuffarsi di nuovo, con vivace godimento; scendevano e risalivano la scalinata della diga, scivolando sulla viscida incrostazione muscosa, rincorrendosi, chiamandosi ad alta voce, per sopraffare il fragore dell’acqua che precipitava dalla paratìa ormai aperta.

Svaghi lieti, sereno godimento di un popolo, ormai svaniti, prima per l’impianto e funzionamento dell’apparato generatore dell’energia elettrica della ditta Pacifici, poi per lo scarico nel fiume di acidi micidiali da parte dello stabilimento di Colleferro, i quali vi hanno soffocato ogni manifestazione di vita vegetale e animale.

Or non è molto, si è aggiunto anche lo scarico di altri stabilimenti sorti lungo la strada per Anagni, aggravando maggiormente una situazione già pesante. E’ il triste e gravoso tributo che si è costretti a pagare all’industrialismo destinato a procurare il maggior benessere possibile a pochi privilegiati, a danno dell’agricoltura e della zootecnia delle popolazioni rivierasche.

Ora un silenzio di morte grava sulle sponde del fiume, le cui acque pestifere, graveolenti, scorrono rossicce, come per ruggine e piene di schiuma repellente, ormai prive di attrattive: non più guizzi di pesci, o gracidar di rane, non più svolazzar di farfalle nei dintorni, nè frulli d’ali tra i canneti, o sui pioppeti delle sponde: non più bagni estivi di ragazzi e di giovani, nè le movimentate abbeverate di armenti e di greggi, nè lo sciabordìo di panni che gruppi di donne lavavano nei pressi del ponte.

Tutto è silenzio e solitudine opprimente."

Per ulteriori informazioni si veda:

Menotti Morgia - Usi e costumi della vecchia Sgurgola - Editrice Frusinate - 1970

 
 


* * *
 

 
 

GLIO  FIUMO  AFFATATO
          (dialetto ciociaro) 

Sotto a lla luna piena, che, ridènne
de cuntentezza, ci sse spèrchia drentro,
tra du' filàra uàute de cuppi,
glio fiumo passa i se nne va, cantènne.
I cómme canta dóci ! i cómme è béglio
masséra ! É tuttoquanto
lustro de larzi d'oro
i de perlucce, che mó se sparpàgliono
a 'nna ventata, cómme le stellucce
de 'nno pagliàro che va a fóco, i mó
de bótto s'arammùcchiono i sbrabbàgliono
tanto, ca tu te cridi
ca drentr'a ll'acqua ci stà 'no tisoro.

Masséra, a jécco, ca' fatuccia bella
è venuta a spassasse co' ca' mago
givinottiglio: própia !
i  s'appizzo le récchie,
a mi me pare de sentì da chélla
rótte, tramézzo a chigli tufi niri
'na mùseca de bbaci i de suspiri...

La pica lenguacciuta, ch'a lle scélle
tè tante belle penne trucchinelle,
vola ncima a 'nno cuppo, ddó stà ancora
gli' annido abbandunato da gli figli,
i mentre che gli arigli
i le ranógne càntono,
jéssa dà cérti strigli,
ca pare la majéstra de ll' orghèstra.

Pe' lle tàrtere, 'n'ombra
mó vola i mó se pósa,
i fa, de quando nquando,

cuccovì, cuccovì:

è la ciuvitta, che nse pó sta' zitta,
ca puro a jéssa friccica ca' ccósa !

Le fémmene, che stavo ajéssi ncima,
assése a ll'ara de lla
Móla, i alégre

scartócciono gli tuti, fao gli' accórdo
a 'nna givinottélla cantarina,
che da gli fiuri bégli
de giardino o de campo
pìglia la mossa pe' ntonà sturnégli.
 

(Ma ched'è 'sto rumóro ? Tre mammócci,
ch'ao fatto fino a mmó gli scapoturzi,
s'arìzzono i, tramézzo a gli cartócci,
fao la grida a glio treno,
che cìfia i sse nne va, cómme 'no lampo).
Càntono tutti, canta
glio mulinaro a lla mola vicina,
sotto a lla tóre, i canta, de luntano,
'no carettéro, pe' lla via d'Anagni.

A ll'
arcatura, ddó ci passa a ccósto

glio pónto vecchio, canta la cascata
de ll'acqua, che sbatténne da 'nna preta
a ll'atra, futa. Sduzza, sgrizza, schiama
i fa 'no fumo de tanti culùri,
ca pare da vedé gli arcobaleno...

Masséra che lla luna
se bbacia co' glio fiumo,

tutto se t
órci i trema de passione,

mmézzo a suspiri i lagni !
 

Gli pésci vévo a galla pe' sentì,
i le ciammaruchélle, appiccicate
a ll'érue i a lle cannucce de lle stóppie,
pe' glio piacéro càcciono le vava:
i puro le marióle appassiunate
vùlono i vao cerchénne gli fiuritti
pe' bbàciagli: dao fóri le lancérte,
i, sbucènne la ima, gli vermitti
vévo a fa' capoccèlla...

Prò, che pena, che croci
pe' tutte 'st' alemucce senza voci
a nun potésse accordà puro jésse
co' chi stà a fa' 'sta bella serenata !

Ma 'n 'alema, che 'ntènne 'sto dul
óro,
l'àlema mé, recólema d'amoro,

canta pe' tutte 'st'alemucce mpéna,
i canta a ll'acqua d'oro de glio fiumo
i a lla bellezza de 'sta luna piena !

                              ATTILIO TAGGI

(tratto da: "Strenna dei Romanisti - Anno 1941 - Staderini Editore - Roma").

 
 

NOTE. - Uàute : Alte - Cuppi : Pioppi - Dóci : Dolce - Larzi d'oro : Scintille d'oro - Masséra : Stasera - Ajécco : Qui - : Qualche - Rótte : Grotta - La pica : Specie di gazza, che vive lungo i fiumi - Scélle : Ascelle, ali - Arigli : Grilli - Ranógne : Ranocchie - Tartere : Tartare, località che prende il nome da una specie di travertino spugnoso ch'è chiamato appunto tartara - Ajéssi ncima : costassù - Scartócciono gli tuti : Liberano dai cartocci le pannocchie di granoturco - Mammócci : Bambocci, ragazzini - Scapoturzi : Capriole - Cìfia : Fischia - Prèta : Pietra - Arcatura : Punto alto del fiume, donde d'inverno, e talvolta anche d'estate per piogge eccezionali, l'acqua, traboccando, fa un bel salto - Futa : Precipita rombando - Sduzza : Rimbalza - Sgrizza : Schizza - Schiama (verbo) : Fa la schiuma - Se bbacia : Si bacia - Ciammaruchelle : Lumachelle - Erue : Erbe - Càcciono le vava : Emettono le bave (la bava) - Marióle : Farfalle - Dao fóri le lancèrte : Sbucan fuori le lucertole - I sbùcenne la ima : E sbucando la melma - Prò : Però - Vóci, cróci : Voce, croce - Alemucce mpena : Animucce in pena, animucce dolenti.

 
 
 
 
   
 
 
 
 

 

 
 

[ Monti Lepini Orientali ]